Le origini del pecoreccio brianzolo

T. Labranca, Estasi del pecoreccio (Castelvecchi)

L’intento di Labranca, fin dall’incipit, è quello di indagare le origini e il manifestarsi del «misconosciuto Barocco brianzolo». La corrente “rinascita milanese” dà un senso diverso all’opera, a vent’anni dalla sua prima pubblicazione. La città vive infatti oggi importanti complessi di inferiorità per la mancanza di un fiume e di colori estranei alla fascia cromatica che va dal verde marcio al cinerino, a cui si aggiunge la marginalità del barocco locale, imparagonabile al romano e inferiore persino al genovese e al leccese. Delle molte carenza l’ultima sembra tuttavia parzialmente colmabile se è vero che la provincia della Brianza è creazione recente e Milano può rivendicare come proprio l’humus culturale su cui è cresciuto il fenomeno del Barocco brianzolo.

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Tanto più interessante per il fatto che questa spinta artistico-culturale «non è vincolata né al tempo, né allo spazio», quindi può competere a buon diritto con il Borromini o lo Zimbalo. La Brianza infatti, afferma Labranca, non è solo luogo fisico tra Sesto San Giovanni e il Canton Ticino, ma un luogo dell’anima, una patria d’elezione che può accomunare salentini e tasmaniani. Sembra prefigurarsi la promessa di un Sesto internazionale, o meglio una Sesta Internazionale sotto l’egida della Brianza, già milanese, ora provincia a se stante, a riprova dell’impeto autonomista e genuinamente d’avanguardia incarnato rispetto alla zia meneghina, da sempre sentita come zavorra.

La prima pagina già convince ma purtroppo non approfondisce oltre la dichiarazione d’intenti, si passa quindi alla 69 solo per poter leggere di più, non per avere ulteriori conferme della grandezza dell’opera in questione. Ma ci si trova, ahimè, davanti a una pagina di note. Valga come regola generale, che trova qui applicazione più unica che rara, che quando le note di un libro appassionano è fatto d’obbligo leggerlo, indipendente da incipit e p. 69. La prima nota giustifica la specializzazione dell’autore per il trash, grazie a un tirocinio dell’occhio quotidianamente svolto sul davanzale della finestra, che lo ha inclinato a questi studi, piuttosto che al concorrente perfezionamento storico-artistico – meglio sia andata così, dice lui. La seconda nota approfondisce il retroscena della figura di Dominga, scoperta di Pippo Baudo e, a quanto pare, vincitrice ripetuta del suo indimenticato (?) Settevoci. Astro nascente ma effimero degli anni ’60 che non è sopravvissuto al duro mondo dello spettacolo (ma quale altra sopravvivenza esiste, vien da chiedersi) e al suo scopritore, tutt’ora vivente e operante. La terza nota indaga una simbologia ricorrente nell’arte barocco-brianzolo, cioè la pantera, ripercorrendo il suo apparire multi-mediale in stemmi e locandine.

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Per comprendere il contesto culturale contemporaneo è necessario conoscere le origini dell’estetica coatta che dai tempi di Dominga si è insinuata in ogni aspetto del nostro vivere, imponendosi come unica trascendenza attuale a causa del suo statuto ontologicamente slegato dai luoghi fisici, e del contributo trasversale e collettivo che ognuno può apportarvi. Le sue radici, orgoglio nazionale, sono nella Brianza delle villette gaddiane e delle pellicce di fantomatici stilisti della porta accanto. L’esito è un’estetica take away, che permette a tutti l’accesso a un’estasi che fa i baffi alla già sbarbata santa Teresa berniniana, un’estasi laica, democratica e pop, l’estasi del pecoreccio.

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