Quella mattina non aveva niente da raccontarsi

A. Vitali, La figlia del Podestà (Garzanti)

La protagonista, Mercede Vitali, ha lo stesso cognome dell’autore. Rischioso (salvo l’autore sia Busi o Siti e l’omonimo nel romanzo sua proiezione postmoderna, ma non credo Vitali punti a questo), perché solleva una nebbia pericolosa che è spesso l’escamotage per far giungere all’improvviso, a luci spente, l’autocarro fatale del biografismo o dell’autobiografismo, della storia vera o ispirata a fatti realmente accaduti. Tutti veri verificati e veritieri, leggete gente, qui non si mente, non si finge, si racconta la reale realtà realistica! Insospettisce anche il nome di battesimo, «Mercede la merciaia», come se l’antonomasia funzionasse anche all’anagrafe, oltre che in letteratura.

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Sarebbe tuttavia ingenuo fidarsi dei propri preconcetti (anche se a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come suggeriva una vecchia volpe della prima repubblica, forse autodenunciandosi), quindi si segue l’autore, nella presentazione di questa merciaia smortina tuttaossa: «Nubile. / Vergine. / Vegana. / Aveva quarant’anni». Una donna tutta casa, chiesa, vendita mutande e lettere al Duce fantasticate ma mai spedite. Il tutto ignorando che il punto fermo non necessita sempre di un a capo, può anche essere seguito da un semplice spazio.

Da classico paesino provinciale del 1931, la luce del mattino è incerta e fioca, l’aria fredda, nella contrada si respira odore di pane e in due passi si incontra la figlia del podestà, 24 anni ed esuberante come il nonno. Un proliferare di personaggi appena schizzati (la merciaia, il fornaio, il podestà, sua figlia e il nonno Renato) alcuni utili solo a dare un tocco di colore, per esempio il Barbieri, proprietario del forno (e ci si stupisce non sia barbiere). Ma nel complesso la narrazione regge e costruisce il bozzetto di una quotidianità infranta da un evento insolito, forse l’incontro con Renata, destinato chissà come a infrangere gli equilibri del paese.

L’attacco quindi non è brillante, ma va calibrato sugli intenti del libro, che può voler puntare proprio su una narrazione semplice e lineare volta a trasmettere tutta l’autenticità di Mercede e la genuinità del pane del Barbieri.

Pagina 69 è l’inizio del capitolo 23, e facendo qualche conto la media è di tre pagine per capitolo, che su un’opera di 350 pagine ha forse l’obiettivo di facilitare il tempo di lettura e adattarlo ai pochi minuti tra una fermata e l’altra del metrò. Sottoposto a lettura meno frenetica rischia tuttavia di dare la fastidiosa sensazione di un forte singhiozzo.

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Si riconferma la dubbia scelta di frammentare anche lo sviluppo sintattico, introducendo un a capo dopo ogni punto fermo a chiusura di periodo, tutti peraltro abbastanza brevi. Non disdegniamo scelte avanguardistiche o in controtendenza rispetto al codice linguistico comunemente condiviso, ma non sembra questo il caso, dove lo “sperimentalismo” si limita all’organizzazione sintattica, e l’effetto di kitsch simil-letterario è dietro l’angolo. Mentre una disposizione normale non avrebbe nuociuto al testo, ma forse lo avrebbe accorciato nel numero di pagine.

«Mezz’ora. Tre quarti d’ora?» E il lettore comincia a pensare che il suo quarto d’ora lo potrebbe investire in altro modo. E si comincia a temere che quelle due frasi incipitarie riferite a Mercede fossero una confessione autoriale: «Quella mattina non aveva niente da raccontarsi».

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