Se questo è un pulcino

G. Innocenzi, Tritacarne (Rizzoli)

Giulia Innocenzi è una faccia nota in tv e i suoi affezionati lettori già la conoscono per Meglio fottere (che farsi comandare da questi), opera prima che fin dal titolo, oltre all’indubbia eleganza, esibiva la cazzutaggine dura e pura della reporter dell’Annozero che fu.

Con Tritacarne l’autrice si cimenta nel reportage. Fin da subito è capace di smuovere la solidarietà e l’empatia del lettore: «Dove andiamo a mangiare questo fine settimana?» è domanda che assilla non solo lei e le sue amiche riminesi, ma intasa le conversazioni finesettimanali dei gruppi whatsapp di molti italiani. E si scopre che le soluzioni trovate sono analoghe a quelle di ogni comune cristiano: luoghi diversi ma in cui si mangiano sempre le stesse cose. Che tu sia un povero proletario o una reporter scrittrice, quindi, i problemi esistenziali sono gli stessi: «Dove si mangia?», e le soluzioni per tutti non entusiasmanti. La simpatia del lettore è assicurata.

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A questo punto però un colpo basso, comincia un elenco pantagruelico di succulenti piatti della tradizione romagnola: dagli affettati misti alle tagliatelle al ragù, dagli strozzapreti con salsiccia alle pappardelle al cinghiale. È quello che si dice parlare alla pancia del(l’e)lettore, che arrivato a riga 7 potrebbe chiudere il libro e dirigersi alla cassa senza leggere oltre, scambiando Tritacarne per una guida alla produzione di insaccati.

Presi da un vorace interesse di stomaco si prosegue nella lettura, scoprendo che il piatto preferito della Innocenzi non è nessuno di questi, ma è cucinato dalla mamma, di origini anglosassoni: «rigatoni con besciamella, ripassati al forno e con spruzzate di ketchup». La perdoneremmo se fosse ancora nelle barbare terre anglofone, ma vivendo a Rimini e avendo a disposizione i piatti appena elencati, la dichiarazione è da ergastolo e ciò che segue è ancora più sconvolgente: l’autrice crede infatti che un’affermazione di tale gravità sia emendabile con delle scuse messe tra parentesi: «(scuserete il nostro sangue anglosassone)», patteggiamento che può attenuare la pena, non azzerarla.

Nelle righe appena successive la Innocenzi si riscatta citando fegato di vitellone alla griglia e lingua in salsa verde, da cui si percepisce l’imbarazzo per i propri colpevoli gusti. E soprattutto viene salvata dall’ammissione di amare gli uccellini arrosto, che a un bresciano come il sottoscritto solletica una simpatia irrazionale. Tra elementi a favore e passi falsi, nella prima pagina prevalgono i primi: le perdoneremmo volentieri il ketchup.

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A p. 69 però la Innocenzi attacca un paragrafo in cui il cuore ci si stringe e il lettore è tirato in un gorgo emozionale disperante. «Lo scarto degli scarti: triturato o gassato?»: e la memoria va alle barbarie naziste, a ideologie disumane che tra esseri umani distinguevano i degni e gli scarti, sterminando i secondi. La Innocenzi prende il tema senza giri di frasi: sollecitando un’immedesimazione emotiva totale, il lettore è lo scarto, deve sentirlo, deve immaginare di essere l’ultimo degli ultimi e per questo destinato allo sterminio:

«Sei lo scarto degli scarti. Più scarto di te non ce n’è. Non ti è concesso di superare il giorno di vita. La legge dice che non puoi essere ucciso oltre le 72 ore, ma tanto il processo industriale ti fa fuori prima. Hai una preferenza, fra uno e tre giorni? Io preferirei uno».

Le voci della libreria si ottundono, le luci calano, attorno a noi il vuoto, sono le fantasmagonie di luoghi di sterminio radicati nella memoria collettiva. Una legge distopica che pianifica le morti degli indegni, un processo di sterminio su scala industriale. Ci sentiamo insieme l’ebreo, l’omosessuale, lo zingaro. Ma un colpo di scena corregge il tiro, l’autrice svela che è piuttosto questione di genere: «Il tuo peccato originario è di essere nato maschio di una razza in cui i maschi sono solo un’appendice, per nulla efficiente delle femmine». Non si tratta quindi di inabissamento nei crimini del nazismo. Forse una sconosciuta società matriarcale? Una distopia fantascientifica? No: «Tu sei il pulcino maschio della gallina ovaiola».

E tramutando l’empatia con gli oppressi del tempo che fu con la pena per i reporter del tempo che è, possiamo non mandare sprecata la lacrima che già premeva per uscire.

E da qui in poi ci sono i mea culpa di Giulia Innocenzi reporter che al supermercato, in cerca di uova, un tempo non pensava mai ai poveri pulcini. Era sempre e solo «tutta intenta a capire come avessero vissuto» le galline, se libere di razzolare o chiuse in un capannone, e se non trovava uova che raggiungessero i suoi standard (cioè si ipotizza covate da pennuti cui l’allevamento fornisse almeno del supporto psicologico-sindacale) tornava a casa senza, e addio torta di mele.

Ora che sa, e ha le prove, Giulia si strugge ed espia la propria colpa con un reportage sul genocidio dei pulcini e efferatezze simili, tentando un’identificazione animalesca del lettore che neppure il miglior Kafka. E invece il cervello del lettore mantiene dimensioni umane, non diventa gallinaceo, e il libro resta sullo scaffale. Tra Uomo invisibile e Se questo è un uomo.

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