Neppure le tue nevrosi ti appartengono

Thomas Ligotti, Teatro grottesco (il Saggiatore)

«Occupavamo una casa in affitto, non la prima né l’ultima della lunga serie in cui vissi.» Un incipit apparentemente sciapo e innocuo, che si fa subito filosofia della «vita in affitto», cui il padre vuole educare la famiglia, facendogli accettare l’esistenza della «nonproprietà».

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Si avverte nelle prime righe il rischio che l’educazione paterna alla «nonproprietà» sia preambolo a una gioiosa pedagogia comunitaria che metta al centro la condivisione filantropica. Ma l’autore non ha nulla a che vedere con i piacioni luogocumunisti che saturano la narrativa italiana. Thomas Ligotti, al contrario, schivo e misantropo, è tra gli autori più significativi della letteratura americana contemporanea e è bene che il lettore che tra le pagine cercasse concime per i propri buoni sentimenti non si faccia ingannare dalle prime righe. Perché la narrativa di Ligotti ribolle di tutt’altro.

Erede dell’insegnamento di E.A. Poe e H.P. Lovecraft, i suoi racconti si popolano delle turbe e delle psicosi di uomini-ingranaggio sullo sfondo di una realtà distopica paludosa e “normale”, non lontana dalla quotidianità dei tempi attuali. Lavori automatizzati e alienanti, posizioni ultraspecializzate in cicli produttivi dall’esito incognito, cariche politiche distanti e misteriose, apparizioni fantasmatiche inquietanti e surreali, smarrimenti identitari. La lettura di Ligotti è un inabissamento in alienazioni ed esperienze orrorifiche che sono molto simili agli incubi che popolano la psiche di ciascuno. E qui sta il punto.

Che la «nonproprietà» di cui parla il padre non sia ascetico distacco dal possesso capitalistico o propensione all’egualitarismo di matrice religiosa si capisce proseguendo la lettura. Essa è piuttosto il riconoscimento dell’impossibilità di qualsiasi originalità o proprietà individuale, persino sulle proprie nevrosi, «in un mondo dove ogni superficie, ogni opinione e passione, tutto, proprio tutto, è corrotto dal corpo e dalla mente di sconosciuti». E questa corruzione non viene solo dalla prossimità fisica o ideale di questi sconosciuti, ma dal fatto che ogni luogo reale o immaginario in cui si stabilizza la nostra identità ha già le impronte di qualcun altro, che ci è passato, ha bivaccato, e ha reso quel luogo meno nostro. Per questo è bene abituarsi alla «vita in affitto», per proteggersi dai pidocchi intellettuali e fisici lasciati dagli sconosciuti che occupavano il nostro divano, la nostra immaginazione o le nostre passioni prima che di lì passassimo noi, illudendoci fossero “nostre”.

La nostra mente si compiace di ogni idea che la attraversa, credendosene orgogliosamente generatrice, ignorando che quest’idea non è entrata altrimenti che come entra l’odore di soffritto dagli spifferi della porta e da lì nel naso: nessun merito a quest’ultimo, e men che meno al suo proprietario.

Il pagliaccio-marionetta che il protagonista incontra a p. 69 ne è una prova:

«avevo […] da sempre la sensazione opprimente di essere stato in qualche maniera scelto tra i miei simili, di essere stato coltivato per un destino speciale. Ma […] scoprii che mi sbagliavo. Chissà quanti altri, come me, potevano affermare che la loro esistenza non consistesse d’altro che della più scandalosa insensatezza, un’insensatezza che non aveva niente di unico».

Neppure sull’angosciosa percezione dell’insensatezza della propria esistenza si può rivendicare alcuna proprietà o paternità, neanche in questo siamo unici o speciali. E se non siamo padroni delle nostre idiosincrasie e ossessioni, l’identità ne esce non solo sconfitta ma annichilita.

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La filosofia che emerge da queste due pagine ricorda il gene egoista dawkinsiano, che sfrutterebbe il nostro organismo per perpetrare se stesso, con la differenza che Ligotti riporta l’insignificanza umana a una dimensione meno meccanicisticamente scientifica. Il parassita che usa la nostra identità per sopravvivere non è più il gene ma sono le idee, le passioni: tutto è già appartenuto ad altri e ci è stato tramandato. L’effetto del vedere tutti questi sconosciuti che sono gli altri affaccendarsi nel mondo credendosi padroni delle proprie identità riciclate è quello di un attore che si accorge di essere circondato da marionette, e forse di essere marionetta lui stesso: «La farmacia era un luogo di marionette come gli altri».

Se è rimasto qualcuno che nella letteratura non cerca risposte rassicuranti ma il disseppellimento di inquietudini e follie solitamente eclissate dal luccichii della contemporaneità, Thomas Ligotti fa al caso suo.

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