«C’è e basta»: l’autoevidenza del desiderio frustrato

William Burroughs, Queer (Adelphi).

Pagina 69 di Queer dice già tutto. La partenza di Allerton. Il desiderio di rivedersi l’indomani per mitigare il dolore subìto. Lee che si lascia cadere. Lo sguardo fisso nel vuoto, i pensieri rallentati. L’arrivo del panino, ordinato e già dimenticato, che non può distrarlo dal percorso gelido e disturbante dei suoi pensieri. L’allontanarsi lento, appoggiandosi agli alberi, il groppo in gola. E poi il distendersi sul letto, singhiozzando, rannicchiato, pugni stretti. Fino al mattino, quando si volta e l’espressione finalmente si rilassa. Ma la notte non ha risanato nulla, e il giorno seguente inizia con un lungo temporeggiare seduto a letto e un vagabondare insensato.

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Burroughs ha la capacità di descrivere il suo personaggio guardandolo da fuori: non si addentra nelle sensazioni di Lee perché i suoi gesti sono sufficienti e perché, come afferma altrove, «Nella tristezza profonda non c’è posto per il sentimentalismo. È definitiva come le montagne: c’è e basta. Quando te ne rendi conto non te ne puoi lamentare». Anche la narrazione di Burroughs a p. 69 è autoevidente, fisica, «c’è e basta», senza bisogno di indugio affettato sui sentimenti di Lee: noi vediamo solo gli effetti che la partenza di Allerton provoca su di lui, e ci bastano.

Lo sguardo al suolo è «come se gli facesse male lo stomaco». Il suo appoggiarsi allo schienale è «come un uomo indebolito dalla malattia». I suoi movimenti rallentati «come se avesse un gran freddo». Ogni introspezione è solo un’ipotesi di penetrazione, ma sempre fermata un passo prima. Ne deriva un senso di mortificata impotenza del lettore, che sente il muro  della pagina fra sé e Lee, una sensazione analoga al desiderio divorante e frustrato che Lee prova per Allerton.

Fino alle righe finali, in cui il narratore fa un passo oltre, entra nel punto di vista e nella percezione di Lee, dà un nome – «infelicità» – allo strazio dei suoi gesti: «Ora che era seduto e il movimento non lo distraeva più, l’infelicità gli si diffuse nel corpo». E poi come un machete – quei macheti estratti di scatto a Città del Messico, per minacciare o tranciare di netto la testa a un nemico – arriva il giudizio su Allerton, a confermare la distanza incolmabile tra i due. È l’unico momento in cui il narratore assume il punto di vista del protagonista: «Si costrinse ad esaminare i fatti. Allerton non era abbastanza finocchio per poterci avere una relazione».

Nella narrazione secca, nell’onesta ammissione del propria attrazione corrosiva e tossica, senza concedere nulla al patetismo, trovano posto le tenerezze di Lee, appena accennate, timide, e per questo più struggenti.

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Burroughs scrive Queer – romanzo autobiografico, come tutte le sue opere – dopo il trauma dell’uccisione della moglie, quando, da ubriaco, volle replicare il gesto di Guglielmo Tell con una pistola, sbagliando mira. Per sfuggire al processo a New Orleans per possesso di eroina e marjiuana, William Burroughs andò a Città del Messico e qui, tra bordelli e combattimenti di galli e tori, chiese la cittadinanza e si iscrisse a corsi di archeologia maya – una delle sue innumerevoli bizzarre passioni, che andranno da Scientology all’esoterismo, passando per l’ufologia.

Burroughs, quindi, è il solito Burroughs, una delle personalità più significative della letteratura e della cultura novecentesca, mentore dei beat, amante di Ginsberg, orgoglioso detentore d’armi e cercatore di presenze aliene e spiritiche. Gli manca solo la migliore amica, compagna fedele della sua esistenza: la droga. O meglio, anche la droga, come l’amore di Allerton, qui è desiderio inappagato. La lunga ricerca dello Yage – leggendario infuso ricavato da una liana sudamericana in grado di controllare il pensiero di chi la assume – è infatti infruttuosa e fatta, non a caso, in compagnia di Allerton.

Da questa continua situazione di fame che mai può trovare appagamento emerge un personaggio sulla difensiva, che vuole ricevere dagli altri continue rassicurazioni sulla sua esistenza e identità, che recitando i suoi racconti bizzarri si preoccupa del suo pubblico e delle reazioni di Allerton. Un protagonista che ricorda il Burroughs bambino, il piccolo indifeso Bill alla ricerca di un contatto umano, di un gesto d’affetto di rimando. Che Allerton non sembra in grado di dargli. Perché «ad Allerton non piacevano i legami».

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