San Jobs, un’agiografia giornalistica

Walter Isaacson, Steve Jobs (Mondadori).

La prima pagina dice già molto di Steve Jobs: egocentrico senza ritegno per ottenere successo; opportunista quanto basta per rafforzarlo e aggressivo al punto giusto per non perderlo.

Walter Isaacson, già caporedattore del «Time» e presidente della CNN, racconta come si svolgevano i suoi occasionali rapporti con l’oggetto della sua biografia, il guru del secolo, l’osannato e celebrato fondatore di Apple: Steve Jobs. Leggendo tra le righe, i rapporti tra i due erano genericamente «cordiali», salvo poi, quando si trattava di presentare un nuovo prodotto e garantirsi una prima pagina, lo sprigionarsi da parte dell’imprenditore di «vampate di intensità».

Quando Jobs aveva qualcosa da lanciare, confessa Walter Isaacson – senza troppo pudore e ammettendo la difficoltà anche per un pezzo grosso del giornalismo come lui a schivare il fascino dell’omino in nero –, lo portava al ristorante sushi in Lower Manhattan, per convincerlo della grandiosità dell’ultima delle sue produzioni. E il bello è che ci riusciva. Forse gli offriva anche teneramente la cena, chissà.

jobs

I due si erano conosciuti nel 1984, quando Jobs era andato a pranzare con i redattori del «Time» per decantare il suo Macintosh, occasione in cui «si era dimostrato irritabile», aggredendo un redattore del giornale che lo aveva «ferito» con un suo articolo.

Nel breve periodo in cui Isaacson non lavorava né al «Time» né alla CNN, «lo sentivo più di rado» scrive amareggiato. Il lettore a questo punto si domanda se Mr Isaacson ne capisca o meno le ragioni, e se tutta la biografia è stata scritta soccombendo a questa ammirazione acritica, che ricorda quella degli amati trascurati e soccombenti, quelli del “mi cerca solo per il sesso, ma in fondo mi vuole bene”.

La biografia stessa doveva essere un prodotto di Steve Jobs, in altre parole un’autobiografia senza la fatica di scriversela, che l’imprenditore chiese esplicitamente al giornalista. Lo fece in occasione di una conferenza a cui era stato invitato per tenere un discorso, ma dove preferì solo presenziare. Verrebbe da lodarne la schiva umiltà – e forse alla cronaca dell’evento qualcuno lo fece anche – se non si sapesse che proprio in quella circostanza egli colse l’occasione per, in privato, commissionargli la propria biografia: «Voleva scambiare due chiacchiere con me nel corso di una passeggiata. […] Venne fuori che voleva che fossi io a scrivere una sua biografia». Isaacson ne aveva appena pubblicata una su Benjamin Franklin e ne stava scrivendo una su Einstein, e la domanda sorse spontanea persino a lui: «istintivamente mi chiesi, un po’ per scherzo un po’ sul serio, se non si considerasse il naturale successore di quei due personaggi». Il lettore già si figura l’imprenditore nell’atto di spulciare l’elenco dei biografi che contano della nazione, selezionandoli per posizione sociale e importanza dei personaggi biografati. E si sospetta che Walter Isaacson non fosse neppure il primo della lista. Ma va dato atto a Isaacson di non aver ceduto subito al carisma del dolcevita e in quell’occasione di aver rifiutato: Steve Jobs stava conoscendo alti e bassi, e il giornalista non era ancora certo che fosse al livello dei due personaggi nelle cui storie private aveva già scartabellato. Dovevano passare altri anni perché se ne convincesse.

Basta l’incipit, pagina 69 non serve, e probabilmente neanche la biografia tutta: un’agiografia. Dove l’aureola è un ologramma 3D e il verbo, che già in tempi remoti si fece carne, ora si sarebbe fatto iOS. Meglio leggersi un’agiografia di San Agostino: anche lui aveva il buon gusto di peccare spesso, ma l’agiografo era abbastanza sveglio da sapere che la santità è fatta anche di questo. Non vogliamo mettere in dubbio che anche Steve Jobs sia santo, ma sospettiamo che lo sia proprio in virtù dei suoi egocentrismi, opportunismi e aggressività: perché Dio, al contrario di Isaacson, se ne sarà pure accorto.

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