Saggi da un Paese irredimibile

Claudio Giunta, Una sterminata domenica (il Mulino).

Claudio Giunta è un saggista e storico della letteratura acuto. Tanto acuto da riuscire a fare critica militante sul Domenicale del Sole 24 Ore e Internazionale, scrivere il libro di saggi antropologici e sociologici sull’Italia contemporanea Una sterminata domenica e, nei ritagli di tempo, curare Il Meridiano delle Rime di Dante. Quindi un esempio più unico che raro di critico letterario capace che si è accorto che anche il mondo fuori dall’Accademia – quello che pensa che l’anadiplosi sia una malattia –, per quanto disprezzabile, merita un’occhiata. Basta scorrere l’indice dell’opera per farsi un’idea dei temi dei saggi: «Matteo Renzi non trema» (sul magistrale libro dell’ex premier Stil novo. La rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter), «Il significato di Luciano Moggi», «Diventare Fantozzi», «Una magnifica cosa pop. Radio Deejay dalle 9 alle 12». In quest’ultimo capitolo Giunta, che è anche docente di letteratura italiana all’Università di Trento, traccia una lode spassionata di Fabio Volo.

Il conduttore radiofonico da molti anni è incomprensibilmente oggetto del disprezzo nazionalpopolare per la sua produzione libraria da parte di quei lettori forti (almeno 12 libri all’anno) che ne rifuggono snobisticamente i romanzi per rifugiarsi in letture di ben più alto livello estetico, come Coelho o Gramellini [entrambi conteggiati nelle liste di letture che rendono i soggetti giudicanti lettori forti; Nota del redattore]. Giunta non salva certo i romanzi di Volo, ma riconosce che scrivere brutti libri è in fondo un difetto veniale nell’Italiota di oggi, essendo questo peccato molto diffuso e poco dannoso. Contano in questo scenario più i pregi del conduttore radiofonico, rari nel mondo dello spettacolo: Fabio Volo è intelligente, mite, gentile, autenticamente creativo, romantico, «non è laureato […] ma ha un ottimo rapporto coi libri e coi film», è sano, saggio, è «una persona evidentemente retta» ed è un «caso rarissimo, quasi unico, di successo gestito con saggezza e con misura».

Per tutti questi motivi vale la pena sottoporre Una sterminata domenica alla recensione di incipi69. La prima pagina è una rievocazione autobiografica nell’educazione religiosa ricevuta da bambino, per abitudine e rispetto delle tradizioni, come accadeva a tutti i suoi coetanei e continua ad accadere alle nuove generazioni di questo Paese che nella premessa l’autore definisce «irredimibile» e popolato da «irredimibili».

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È l’inizio di un reportage dal Meeting di Comunione e liberazione, dove invece tutti credono in Dio e l’unanimità è avvertibile. Giunta non ha particolare simpatia per l’umanità che popola il meeting, ne avverte la mancanza di ironia, l’impostazione ingessata in una staticità ideologica acritica, in cui tutto è ascrivibile al fine e alla verità ultimi, tanto che ogni cosa viene letta sotto questa lente distorcente e anche Leopardi può essere interpretato come un inguaribile ottimista.

Ma Giunta riconosce anche la dedizione di chi organizza il Meeting, tale che l’evento potrebbe anche durare 52 settimane invece che due: e tutti lavorano gratis. Questa dedizione può anche avere un secondo fine, riconosce Giunta, ma come ce l’hanno tutti i volontari, compresi quelli delle feste dell’Unità, le quali però non godono di ottima salute, mentre il popolo di Cl resiste. E Giunta riesce ad apprezzare questa umanità senza venire contagiato dalla loro autoconclusa e infettiva gaiezza, rivelandosi in ciò più misurato e attrezzato dei molti che ogni anno, sulla via di Rimini, vivono le più allucinanti folgorazioni, l’ultima quella che ha visto protagonista il compagno Bertinotti.

A pagina 69 ci troviamo nel mezzo di un’analisi della Fiera del libro di Guadalajara. L’autore sta fuggendo dalle speculazioni mondadoriane su una «nuova calibratura del prodotto», che a Giunta evocano solo «più Cohelo» (allora, solo per ripicca ai sudamericani, verrebbe voglia di esportare il Volo romanziere, e con esso anche gli ammorbanti omonimi, per tenersi in patria solo il Volo buono). Giunta dice di avere due alternative su dove andare fuori dalla fiera: ognuna sufficiente per far meritare una lettura completa della raccolta di saggi.

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La prima opzione è «continuare con la Cultura, che non sono soltanto i libri». Nell’epoca della piaga degli specialismi la norma è che un docente di letteratura conosca soltanto il Manzoni Alessandro e creda che la produzione di Piero sia, nel più lusinghiero dei riconoscimenti, soltanto merda irrilevante. Giunta invece mostra di interessarsi agli Antonelli di Gatteo, «una famiglia di architetti e ingegneri che tra il Cinquecento e il Seicento ha costruito fortezze un po’ in tutta l’America latina», alle Madonne del Veneziano e ai concerti di Daniele Silvestri, e sa che i paradigmi culturali cambiano e si trasformano indipendentemente dai settarismi delle cattedre e dei corsi universitari.

La seconda opzione, «meno popolare» (siamo pur sempre a una fiera di editori), è visitare Guadalajara. E il sottotesto, troppo elegante Giunta per esplicitarlo, è la censura contro chi invece chiama “Cultura” qualsiasi cosa che non sia una partita di calcio: dalla confezione delle sedie in vimini artigianali alle bomboniere in vetro soffiato di Murano, passando per il tortello di Castel Goffredo. La Cultura di chi dice di aver fatto un “viaggio culturale” quando visita un’altra città perché tra Zara e McDonald ha scattato qualche fotografia a ponti e fontane. Se da un lato esiste Cultura anche fuori dai libri (e ci mancherebbe!), dall’altro la slabbratura semantica del concetto, quella che eleva Cracco al ruolo di neointellò, è ormai epidemica. E ogni tanto vale la pena ricordare che i casoncelli di Barbariga servono per riempirsi la pancia, non la testa e che la Cultura, grazie a Dio, non si mangia.

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