Due pezzi da cento

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine

di Andrea Fioravanti

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Cent'anni di solitudineLa cosa più bella di questo incipit è che contiene in sei righe almeno tre storie: quella di un condannato a morte, il ricordo felice di un bambino con il padre, i primi giorni di una città appena fondata. Non sappiamo chi è il colonnello Buendía, quale guerra sta combattendo e perché, com’è stato catturato e che fine farà. Sarà ucciso o risparmiato? Neanche il tempo di capire cosa succede, di vivere il calore, l’adrenalina della scena, che subito un flashback ci riporta nel ricordo infantile, del condannato a morte. È solo il primo dei tanti salti nel tempo che vi farà fare Marquez leggendo questo libro. L’espressione «conoscere il ghiaccio» vale da sola il prezzo del libro. E tutti abbiamo un ricordo del “nostro ghiaccio”. La rivelazione di qualcosa di magico, il primo ricordo vero della nostra infanzia, l’ossessione che ci accompagnerà tutta la vita. La terza storia dell’incipit è quella di Macondo il villaggio lontano dal mondo civilizzato che contiene in sé tutte le storie del romanzo. Il teatro dove si agitano sulla scena i protagonisti (tanti e quasi tutti con lo stesso nome) e le loro effimere speranze. È un libro molto caro perché mi ha fatto riflettere sull’incapacità dell’umanità di cambiare la propria natura generazione dopo generazione dopo generazione. Cent’anni di solitudine è un’ubriacatura di personaggi, storie, salti nel tempo (scordatevi una banale trama lineare) in una realtà migliorata dalla magia e dal mistero, come quella di un bambino che in un pomeriggio lontano scoprì il ghiaccio.

 

Giorgio Manganelli, Centuria

di Nicola Baroni

Supponiamo che, ad un certo momento, una persona che sta scrivendo una lettera ad un’altra persona – il sesso o i sessi sono irrilevanti – abbia il sospetto, o forse semplicemente s’accorga di essere lievemente ubriaco. No, non si tratta di ubriachezza molesta, chiassosa e ripugnante – se non per il fatto che l’ubriachezza, iperbole dell’esistenza, ne mette in evidenza (si diceva nei temi) l’intrinseca repellenza.

centuriaCenturia non è un libro di racconti ma un libro di cento romanzi condensati ciascuno in due pagine. Quindi recensire l’incipit di Centuria significherebbe recensire cento incipit, tra cui se ne troverebbero di fulminanti, come «In questa città, ciascuno possiede qualcosa che è indispensabile a un altro, e di cui il detentore non sa che fare o che ignora addirittura di avere» oppure «Egli si domanda spesso se il problema del rapporto con la sfera non sia di sua natura irrisolvibile». Dovendo analizzare un solo incipit, prendo il romanzo «Uno» (si chiamano proprio così, da «Uno» a «Cento», perché sono prototipi di romanzi complessissimi, mica stuzzichevoli raccontini). Il protagonista è «una persona» che scrive a «un’altra persona» (tutti i personaggi sono modellini, figurine astratte) e che si accorge o sospetta di essere ubriaco; da qui ha inizio una cervellotica serie di riflessioni sul continuare a scrivere, dimostrando di essere ragionevole pur nell’irragionevolezza dell’ebrezza; oppure interrompere lo scrivere respinto dalla consapevolezza della propria teatrata ebrezza, oppure fingere, sì, recitare un’ebrezza volontaria pur di continuare a scrivere. Con quell’autoironica sequela di rime e assonanze a martellare l’inciso a chiusura del primo paragrafo («l’ubriachezza, iperbole dell’esistenza, ne mette in evidenza (si diceva nei temi) l’intrinseca repellenza»). Individualità e azioni sono astratte perché costituiscono lo scarno schema di 100 romanzi ulteriori, di cui resta solo il referto critico, lo schema interpretativo. Ma la chiave di tutto, la chiave del romanzo e di tutti e cento i romanzi è alla fine di «Uno» (mi si conceda di citarlo, in fondo l’intero capitolo «Uno» può anche considerarsi l’incipit del romanzo Centuria): «“Mio caro,” scrive “se tutto è turpe, eccetto la torpitudine, non dovrò forse perseguire la pace innocente della torpitudine?” Ma le parole lo sfidano, ed è furente». Centuria sono 100 romanzi in cui le parole sfidano protagonisti e lettori, le trame sono solo il cervellotico supporto all’ingarbugliarsi della parola.

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