Viaggi e non viaggi

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte.

È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. E Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole…” Tutti fieri allora d’aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.

 

celine.jpgNon ha senso che io vi dica la trama di questo romanzo. Céline non si legge per la trama. Céline è lo stile che rivendica il suo spazio. La freschezza del parlato piena di frasi secche, dure e periodi lunghi con qualche virgola messa qua e là solo per farci prendere fiato mettono la storia in secondo piano. Un linguaggio spesso gergale, si dirà, ma non parliamo così nella vita reale? Viaggio al termine della notte sarà il vostro personale viaggio al termine della noia. Dopo la prima pagina, già non la sentirete più. Questo romanzo è un continuo e lucido delirio, la risata sarcastica dell’uomo che guarda alla realtà dopo aver smesso di fingere di essere felice. O nel caso del protagonista Bardamu, non ha mai iniziato. Céline è Bukowsi prima di Bukowski, molto meglio di Bukowski. E adoro questo libro perché ogni volta che lo rileggo modifica il mio modo di scrivere e di pensare. Però, vi prego, rinunciate all’idea di leggerlo con le pause che gli altri scrittori pretendono. Céline va letto di getto, come una lunga cavalcata verso l’oscurità. Non c’è tempo per riflettere. Le pagine del romanzo sono le viscere dell’autore, pulsano come il suo cuore, puzzano come il suo fegato e se avrete il coraggio di immergervi senza protestare nel suo flusso di coscienza ne sarete ripagati. E vi dimenticherete delle esclamazioni o dei puntini di sospensione (intollerabili in altri romanzi, in questo libro necessari!). Quando vi stancherete, se vi stancherete di correre così tanto, sono certo che butterete via il libro come fosse un ferro incandescente, salvo poi riprenderlo poco dopo non appena vi mancherà la sua lucidità; perché vi mancherà.

Andrea Fioravanti

 

Aldo Busi, Sodomie in corpo 11

Sarei così denso da amare: per esempio dalle labbra mieteresti grappoli di sferee umidità vocali e con il battito dattilografico del vecchio organo potresti trascorrere molte notti ad ascoltare concerti di pura retorica non dissimili da temporali di primavera. E pensa cosa questi globuli assenti potrebbero per te focalizzare sulla carta incendiando l’accademia della lontananza, l’arcadia delle tristezze pratiche nell’attesa che nuove architetture di cispa crollino sotto il rubinetto aperto d’improvviso da ogni risveglio. Non ti parlerei semplicemente d’amore, non si tratta solo d’amore: è coinvolto in questa storia il fluire circostanziato del sangue che si fa inchiostro e lui si racconterebbe attraverso la pressione dei polpastrelli sulla carne di cellulosa.
Io, in questa bella storia d’amore che devasta tanto più quanto meno c’è, c’entro sempre meno e non di più o di meno di tutti quanti, inclusi gli esclusi.

sodomie.jpg«Se a quel trombone finto mesto gli togli i tre puntini dalla pagina resta solo la carta bianca e l’alone di forno crematorio». È Aldo Busi che parla di Céline, ma, come sempre, è sincero a metà: Busi conosce apprezza e impara da Céline, tanto che in Manuale della Gentildonna lo cita come colui che, proprio in Viaggio al termine della notte, diede la definizione più calzante dell’amore: «L’amore è l’infinito alla portata dei barboncini». Divago perché l’incipit di Sodomie in corpo 11, processato nel 1990 a Trento per oltraggio al senso del pudore, si commenta da sé: lirismo e sostenutezza linguistica venati di ironia (non compiaciuta); l’essere e le sue palpitazioni che si fanno scrittura di inchiostro sanguinoso; l’annullarsi del protagonista-scrittore che parla di sé per parlare d’altri, per parlare dell’umanità e degli esclusi da una storia d’amore che devasta chi l’ha vissuta non più di chi non l’ha vissuta, storie virtuali non meno laceranti delle reali. Sodomie è un manuale di scrittura-non scrittura diario delle peregrinazioni del protagonista (alias Busi) tra Marocco, Tunisia, Germania e Finlandia, dei suoi viaggi-non viaggi, perché il centro di tutto è sempre lui e le sue sferzanti ironie, i suoi moralismi, le sue debolezze e tenerezze, che sia a Vicenza o Leningrado. «Detesto i diari di bordo e la letteratura di viaggio. La gente che non scopre niente di solito scopre la geografia» come Céline, del resto, il cui viaggio è tutt’altro che fisico.

Nicola Baroni

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