Due svolte nella letteratura americana

Francis Scott Fitzgerald, Il Grande Gatsby

Nella mia prima giovinezza, quella più vulnerabile, mio padre mi diede un consiglio su cui, da allora, non ho mai smesso di riflettere. «Ogni volta che ti viene voglia di criticare qualcuno» mi disse «ricorda che non tutti al mondo hanno goduto dei tuoi privilegi». Non aggiunse altro, ma capii che intendeva dire molto di più: siamo sempre stati insolitamente comunicativi, nonostante la nostra riservatezza. Da quel consiglio deriva la mia tendenza ad evitare ogni tipo di giudizio, un’abitudine che mi ha avvicinato molti personaggi strani, ma che al contempo mi ha reso vittima di non pochi seccatori seriali.

gatsbyNon giudicare. Rispettate questa regola di buon senso e coglierete il meglio di questo capolavoro sulla vacuità. Brutta parola, ancor più brutto il significato. Vacua è l’ossessione del protagonista, il milionario (non si sa perché) Jay Gatsby, prigioniero del suo sogno: ricreare il passato che non ha potuto vivere appieno con Daisy. Ma vuota è anche Daisy, chiusa nella sicurezza arrogante di un matrimonio infelice con Tom; insieme: «sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nella loro ricchezza o nella loro sbadataggine o qualsiasi altra cosa li tenesse insieme e pretendevano che altri rimediassero ai disastri che avevano lasciato in giro». Superficiali sono anche le folle che animano le feste organizzate da Gatsby per attirare l’attenzione di Daisy. Persone ordinarie che sognano di essere ricche per poter sperperare tutto in auto ruggenti, autoreggenti e fiumi di alcool. È l’era del Jazz, e Fitzgerald ne è il suo cantore. Non è solo un momento storico ma una stagione dell’anima. Fitzgerald ha la dote dei grandi scrittori di dare significato a ogni parola che usa. È come un sarto che cuce “pensieri da noi già pensati” adatti a esprimere il succo di ogni personaggio. Le sue non sono descrizioni, ma orgasmi letterari (e letterali). Il Grande Gatsby è il bignami per capire l’insensatezza delle ambizioni umane: soldi, successo, cose; nulla di tutto questo dà la felicità. Sì, lo so, questo lo sapete, ma continuerete e continueremo comunque a desiderare quello che non abbiamo. È la nostra natura; allora tanto vale godersi questo romanzo e capire perché «continuiamo a remare, barche contro corrente, costantemente risospinti nel passato».

Andrea Fioravanti

Henry James, Il giro di vite

Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso, ma a parte l’ovvia osservazione ch’esso era raccapricciante, come doveva essere una strana storia narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitasse alcun commento finché qualcuno disse ch’era quello il primo caso in cui s’imbatteva d’una simile esperienza toccata a un fanciullo. Si trattava, se ben ricordo, di un’apparizione in una casa altrettanto vecchia di quella in cui eravamo riuniti per l’occasione – una visione spaventosa apparsa ad un bambino che dormiva nella camera di sua madre e che l’aveva svegliata terrorizzato; svegliata non per vincere il suo spavento e per farsi teneramente riaddormentare, ma perché lei stessa, prima di riuscirvi, si trovasse davanti alla medesima visione che l’aveva sconvolto. Fu questa osservazione a provocare da parte di Douglas – non immediatamente, ma più tardi nella serata – una risposta che ebbe l’interessante conseguenza su cui richiamo la vostra attenzione. Qualcun altro aveva preso a raccontare una storia non particolarmente interessante ed io mi accorgevo ch’egli non ascoltava. Ciò mi fece capire che anch’egli aveva qualcosa da dirci e che si trattava soltanto di aspettare. Aspettammo infatti due sere: ma quella sera stessa, prima che ci separassimo, egli accennò a quel che aveva in mente.

«Sono d’accordo nei riguardi del fantasma di Griffin o di quel che fosse, che l’essere apparso prima al bambino d’un’età così tenera, aggiunge alla vicenda un fascino particolare. Ma per quanto ne so, non è la prima volta che un fenomeno tanto affascinante coinvolge un bambino. Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne direste di due bambini?»

«Diremmo, effettivamente,» esclamò qualcuno «che sarebbero due, i giri di vite. E poi che vogliamo conoscere la storia.»

giro di viteT.S. Eliot definì Il Grande Gatsby «il primo passo avanti per la narrativa americana dai tempi di Henry James». La grande svolta precedente, dunque, l’aveva data l’autore del Giro di vite. «Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso»: il racconto appena terminato non è quello che leggeremo nel romanzo ma quello che attiva in Douglas il ricordo di un analogo episodio orroroso, «raccapricciante», che coinvolge non uno ma due bambini: due «giri di vite» sull’epidermide emotiva dei lettori. «Egli aveva qualcosa da dirci e si trattava soltanto di aspettare. Aspettammo infatti due sere». I tempi di James sono lunghi, misurati, i giri di frase articolati, la sua è una scrittura ottocentesca che non cede al facile colpo di scena o alla spavento esibito, ma questo rende la storia ancora più inquietante, con un velo di paura che si fa lentamente sempre più soffocante. Il punto di vista della vicenda appartiene alla signora Grose, istitutrice di Miles e Flora, che vede apparire gli spaventosi spettri degli istitutori precedenti, ma non siamo certi di poterla considerare mentalmente stabile: l’istitutrice è pazza e i fantasmi sono le proiezioni psicotiche delle sue frustrazioni sessuali e affettive sui due bambini, vittime delle sue ansie, oppure l’istitutrice è una donna assennata e in disperata lotta contro presenze spettrali che realmente insidiano i piccoli Miles e Flora? Ad inquietare in Henry James è il quotidiano, l’ordinario abitato da mostri psicologici e ossessioni che si reificano fino a diventare presenze visibili, sta al lettore ipotizzare quanto.

Nicola Baroni

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