Gatti e margherite

Michail Bulgakov, Il maestro e margherita

Nell’ora di un tramonto primaverile insolitamente caldo apparvero presso gli stagni Patriaršie due persone. Il primo – che indossava un completo grigio estivo – era di bassa statura, scuro di carnagione, ben nutrito, calvo; teneva in mano una dignitosa lobbietta, e il suo volto, rasato con cura, era adorno di un paio di occhiali smisurati con una montatura nera di corno. Il secondo – un giovanotto dalle spalle larghe, coi capelli rossicci arruffati e un berretto a quadri buttato sulla nuca – indossava una camicia scozzese, pantaloni bianchi spiegazzati e un paio di mocassini neri.

maestro-e-margherita1Non si accettano caramelle dagli sconosciuti, figuratevi una profezia. L’avessero saputo, i due personaggi secondari di questo incipit non avrebbero mai parlato con il protagonista più seducente della letteratura mondiale: Satana. Appare nella Mosca stalinista degli anni ’30 come il mago Woland, esperto di magia nera. Dopo il suo passaggio nulla sarà più come prima. Sconvolgerà le vite dei burocrati moscoviti con l’arroganza beffarda della sua corte dei miracoli. Ad aiutarlo ci saranno Benhemot un grasso gatto nero parlante, il maggiordomo Korov’ev, il sicario tuttofare Azazello. Il Maestro e Margherita è l’assurdità al potere. Fantasioso, spiazzante e ironico. Entrate nel circo grottesco di Bulgakov, ridete delle piccolezze umane, ubriacatevi e danzate con i dannati dell’inferno. Che fine hanno fatto il Maestro e Margherita? I due amanti del titolo arriveranno pigramente nella storia. Varrà la pena aspettare solo per vedere lei, personaggio prima sciapo e senza contorni, fare un patto col diavolo, diventare una strega e devastare la casa di un critico che aveva osato stroncare la carriera del suo amato Maestro; la scena preferita dagli scrittori mediocri. Come in una matrioska, Bulgakov inserisce nella storia principale una più piccola ma non minore, quella scritta dallo stesso Maestro prima di finire in manicomio: l’incontro tra Cristo e Ponzio Pilato. Le due storie dialogano e si intrecciano. Il punto d’unione è Woland: protagonista a Mosca, spettatore a Gerusalemme; ma capace di fare in Galilea la domanda più importante di tutte: “che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?” Questo romanzo non è solo uno show dissacrante, ma anche una storia su come non mollare mai. Perché prima o poi i regimi finiscono (e ritornano), gli amanti si ritrovano e “i manoscritti non bruciano”. Anche se per fare tutto questo serve l’aiuto di un diavolo.

Andrea Fioravanti

 

Lewis Carroll, Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice was beginning to get very tired of sitting by her sister on the bank and of having nothing to do: once or twice she had peeped into the book her sister was reading, but it had no pictures or conversations in it, “and what is the use of a book,” thought Alice, “without pictures or conversations?’

So she was considering, in her own mind (as well as she could, for the hot day made her feel very sleepy and stupid), whether the pleasure of making a daisy-chain would be worth the trouble of getting up and picking the daisies, when suddenly a White Rabbit with pink eyes ran close by her.

aliceAlice’s Adventures in Wonderland va letto in originale, per non perderne la musicalità, il ritmo sorprendente, i giochi di parole, i nonsense, le creazioni strambe e surreali che modellano la lingua non meno dell’immaginario allucinato del Paese delle Meraviglie. Pieno di nascosti giochi matematici, letterari e velati riferimenti irrisori alla società dell’epoca, Alice nel Paese delle Meraviglie, fuggendo dal mondo degli adulti, in realtà ne parla e lo parodizza: quel mondo noioso in cui i libri possono essere senza figure e dialoghi, in cui margherite e gatti non parlano, quel mondo complicato e irrazionale che ogni giorno frustrava il professor e reverendo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, alla Christ Church di Oxford, dove nell’apatia generale insegnava matematica. Carroll scoprì nelle filastrocche e nei nonsense linguistici un trucco per superare la propria balbuzie e nelle storie surreali e bizzarre un modo per avvicinare e gratificare le bambine, per cui nutriva una passione morbosa. Attratto dalla loro rapinosa purezza e candida ingenuità, le fotografava e ne catalogava i ritratti – nient’altro, ma abbastanza per scatenare i sospetti dei puritani del tempo e di oggi. Alice nasce anche da questa ossessione morbosa: in barca sul Tamigi con il reverendo Robinson Duckworth e tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, decenne, Carroll volle intrattenere le fanciulle con una storia improvvisata: una bambina che finiva nella buca di un coniglio bianco appunto. Seguirono la stesura e due anni di assidue revisioni e rifacimenti.

NIcola Baroni

 

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